Recensioni giornalistiche

1974

 

IL TEMPO

mercoledì 6 febbraio 1974

il tempo sm

Una nuova galleria Etrusco Ludens -Piazza Navona 77- allinea nella sua sala i" rebus" di Scaretti,
un artista che propone una visione-gioco della realtà, puntualizzando elementi polemici di un suo
particolare discorso filosofico.
Abbiamo più volte definito alcune forme di arte contemporanea come una manifestazione atta ad essere
osservata con occhi diversi e con la mente libera dal concetto tradizionale di pittura o scultura. Ogni termine
di raffronto e di paragone sarebbe illogico, quale un discorso tra gente che non solo parla linguaggi diversi ma
che non ha nessuna intenzione, ognuno di intendere l'altro.
Ma come per la pittura tradizionale e per la scultura derivata dalle rituali forme classiche, possiamo
distinguere tra buona e cattiva pittura, fra buona e cattiva scultura, per quale ragione per l'arte di comportamento
oppure per l'arte "pop" o per altre forme di espressione dobbiamo accettare o respingere tutto in blocco?
Vogliamo considerare l'arte un gioco? Bene. Esistono giochi cretini e giochi intelligenti. Quelli di Scaretti, ad esempio, ci sembrano talmente fini e precisi da essere considerati non più un gioco ma piuttosto lo sviluppo di un pensiero, una aggressione spirituale non scioccante ma delicatamente sottile che si insinua nel cervello, produce reazioni in chiave filosofica rimane immagine moltiplicata per infinite sensazioni sempre diverse e valide.
Una serie di oggetti che a prima vista riportano alla mente l'esperienza dei dadaisti Duchampdi Man Ray,
di certi Futuristi ma che in definitiva, ci sembrano collegate in un personale discorso coerente continuo, polemico
ma comunque certamente efficente. Le teorie dei simboli, dei caratteri, degli ideogrammi come origine della pitture-oggetto,la corrispondenza tra questi ideogrammi ed i suoni fonetici costituisce l'interesse base di questo giovane artista dotato d'inventiva e senso dell'umorismo che a volte rasenta una feroce satira.
"la mente umana moderna, dice Scaretti, è stanca di conseguenze logiche da computer e salta attraverso il gioco di parole a nuove rivelazioni ed intuizioni...la parola o frase-oggetto (o espressione grafica di essa) e importante: l'uomo viene giudicato troppo spesso dalle parole che enuncia e le frasi che scrive e troppo poco spesso dalle immagini che vede e che poi riproduce".
Questo vuol dire, in parole povere, che la libertà di rappresentazione gode nel non imporsi dei limiti, delle conseguenze:
determina l'importanza delle immagini ci lascia liberi nella interpretazione o non interpretazione.
E' un gioco che ci chiama partecipi, è un "rebus" del quale ci proponiamo la soluzione senza mai dirci se veramente
abbiamo indovinato.

Queste sono le teorie (anzi parte delle teorie) che crediamo di individuare in queste "sculture", in questi "rebus"
presentati da Lorenzo Scaretti. Le sue indicazioni possono servire per un nuovo sillabario artistico dissacratorio
e nello stesso tempo costruttore di un'etica diversa.
E questo ci sembra un positivo apporto a nuove soluzioni della condizione umana

TONI BONAVITA

 

logo die welt

Roma 27 Febbraio 1974

die welt heidi

NON TROPPO SERIO, PER FAVORE !

La cosa più originale in questo momento è una nuova galleria a Piazza Navona, il glorioso palcoscenico della società "in" di Roma e di quelli che vorrebbero farne parte.
Durante la visita in questo ampio 'Ovale', che una volta era uno stadio, si incontrano tante piccole bancarelle, circondate da sciami di piccioni. Bancarelle che presentano uno spaccato di tutto ciò che è "realistico" nel mondo dell'arte, da gitane con occhi scintillanti, esagerati tramonti ai non così male adattamenti di Marini e Picasso del "Periodo blu".

Ma improvvisamente qui, presso la nuova galleria, la mostra personale di Lorenzo Scaretti, si è sfidati a risolvere enigmi verbali che questo artista raffigura in modo molto sottile, in quadri e oggetti ambiguamente ingegnosi.
Sulle orme dei dadaisti Lorenzo viaggia a ritroso verso i fenomeni dei geroglifici egizi e degli ideogrammi cinesi. Concetti tradotti visivamente in tre dimensioni che assumono nuovi suoni e significati.
Umorismo anglosassone che qui si collega con la conoscenza della letteratura mondiale, di concetti filosofici, che riservano il "divertimento del Rebus" soprattutto agli iniziati.., i pochi... "pochi ma buoni"

In fin dei conti, questo è molto romano, non si dovrebbe prendere tutto troppo sul serio,
sopratutto se stessi.
Così ironizza uno specchio deformante ..- alludendo al feticismo degli specchi del Pistoletto-,
la "Testa d'Artista", (la "Gloria" dell'artista), che testimonia e riflette le espressioni stupefatte e confuse nei volti dei visitatori che hanno fatica di comprendonio.

 

 HEIDI BÜRKLIN

 

1975

 

Elio Mercuri (critico d'arte)

Senso

Il senso, ciò che noi diciamo il senso, di una parola di un’immagine e che invece non é senso, costituisce per Lorenzo Scaretti 
il campo alla sua ricerca. Per scoprire il senso vero. Il significato reale.

Ma allora siamo nel non-senso. Se senso é l’altro, e se l’altro é il banale, lo scontato, il vuoto e l’assenza.

Non c’é soltanto il ripetersi del gesto dada, la sconsacrazione, l’irrisione, il gioco perché il trucco sia manifesto e la vita ritrovi 
la sua verità. C’é ancora la sensazione di un disagio da colmare, di una solitudine da valicare.

Il cerchio o il cubo, la sfera impalpabile di prigione, ciò che ci divide e rende assurda l’esistenza, impossibile il colloquio, 
illusorio il contatto, artificioso l’incontro, arida l’esperienza, vera la nostalgia, il sogno, l’immaginazione.

Il ritorno all’origine quando la parola era oggetto cosa strumento uso e non soltanto suono. Il nome era numen e non omen; 
segno e non assenza. Il travaglio di Scaretti é tutto in quest’insaziabile richiesta di verità, di semplicità, di purezza di quest’attesa 
di cieli, di voli aperti, di azzurro, di spazi, di equilibrio; é spirito di chiarezza, finezza di intelligenza, profondità di cultura, 
perché tutto torni ad essere vero, come un fiore che cresce. Ed é il significato del mondo.

Intelligenza contro il conformismo, cultura contro la banalità, poesia contro l’artificio, esistenza contro, contro ciò che é limite 
muro, offesa ferita alla libertà, alla felicità, alla sensibilità. Lotta e ricerca che svela l’ansia assoluta di demistificare a definire 
tutto ciò che é avvolto dalla finzione, dall’illusione di apparenza contro la vita.

Il volo di una mosca, la mano di una bambola, l’uccello imbalsamato, il simbolo più astruso , la parola più comune il repertorio 
quotidiano tornano ad essere ciò che sono, non più ciò che per convenzione abitudine, ipocrisia diciamo che debbono significare. 
Così il contrario, l’immagine e il suo doppio, la parola e il suono, possono significare, tornare a significare, e noi 
vivere la verità di un segno, il significato della poesia, la purezza del desiderio, il sogno mai dimenticato.

L’immagine svela il contatto con il continente dell’inconscio, con le relazioni impreviste con i territori dell’infinito; l’intelligenza 
costruisce oltre le assurde barriere, la repressione, la violenza, il silenzio, la paura i luoghi dell’innocenza dove la vita é vita, 
l'amore amore, la parola parola, l’immagine immagine, e noi possiamo disperatamente essere veri, nella libertà nella felicità. 
nel gesto che facciamo nel movimento delle labbra nel suono che é par o la .

Elio Mercuri, 1975

 

 

mauro anzini ita

 

 

 

1977

 

ruggero orlandoRuggero Orlando (Corrispondente per la RAI a New York)

Nuove guerre puniche

L’opera di Lorenzo Scaretti è una "guerra punica" contro il convenzionale; se in arte come in strategia l’alternativa al convenzionale sia soltanto il nucleare, va lasciato "indecidere"a quegli amletici che riducono tutto a dilemmi, i quali notoriamente muovono a soluzioni tragiche.

E' orientale la tradizione di far reggere le immagini sopra i trampoli delle parole: nella pittura cinese i rivoli discendenti dei versi stupefatti di fronte a quanto v'ha di più semplice sono di rigore; gli arabi, condannati dal Primo Comandamento alla pittura astratta, hanno inventato l’arabesco, cioè ritmi visivi di lettere e versetti.

Ma in Occidente un Giorgione che scriva "col tempo" nello spazio magico sotto il ritratto di una vecchia, è l’eccezione, fino a quando sono arrivati i collages di Braque e fino a che i suprematisti, o Jasper Johns, o l’arte povera hanno utilizzato l’alfabeto (giacchè siamo in vena di citazioni) come Beethoven nell’ultimo tempo della Nona, quando le parole gli scoppiarono a completare l’armonia di un altro mezzo. 

No. In Lorenzo Scaretti il verbo è nel principio: quello che ha imparato dal Magritte dei cieli assurdamente bianco - azzurrio dai "teatrini" di Fontana, fa da sfondo come era nei paesaggi rinascimentali posti al servizio della figura umana: qui sono al servizio di echi il più delle volte maledetti. Diventa secondario se il commento alle parole sia di due dimensioni (pittura), di due e mezzo (bassorilievo) o di tre (scultura), né ci si meraviglierà quando, in progresso ulteriore, le dimensioni spaziali di Scaretti diventeranno quattro o di più. 

Ruggero Orlando, 1977

 

 

1980 

 

8 Luglio 1980 - "Mark One" (di Lorenzo Scaretti) copertina della  rivista" Il Settimanale"

il settimanale

Dal suo palazzo cinquecentesco nel cuore di Roma, questo
gentiluomo artista scruta un mondo magico, ironico e
stravagante, dove i luoghi comuni si stemperano nel
paradosso lessicale, e gli obelischi salgono in orbita come
razzi. I titoli, manomissioni semantiche sul filo dell'enigma,
sono ammiccanti e rivelatori. 

Uno dei suoi primi quadri, che rappresenta un paracadute appeso alla groppa di un bue volante, le zampe verso il cielo, su uno sfondo campagnolo in stile naif, è stato acquistato da Faye Dunaway. Il titolo, in inglese, è una manomissione lessicale di tipo enigmistico: «Para-d'ox», stravagante sintesi semantica, che contiene il paradosso, appunto, insieme con il paracadute e con il bue (ox, in inglese). In seguito, Lorenzo Scaretti si è reso conto che il gioco di parole poteva benissimo essere reso anche in italiano, e ha provveduto realizzando una diversa versione del quadro, in cui, al postodell'ox-bue, c'è semplicemente un osso. Titolo «Para-d'osso».Facile. Per Scaretti, 44 anni superbamente portati, inglese per parte di madre e in aggiunta educato a Cambridge, il titolo è parte essenziale dell'opera. Sempre che si tratti, come in ogni caso si tratta, di un'ammiccante combinazione di significati, come nel caso dell'oz paracadutista.

 «È un processo simile a quello dei geroglifici egiziani», spiega, «in cui a simbolo grafico corrisponde un'espressione verbale». I titoli dei quadri sono quasi sempre in inglese, lingua alla quale Scaretti attribuisce la più flessibile adattabilità nell'arduo campo del doppio senso. Non mancano, però, esempi di titoli in italiano: c'è un «Fu-turacciolo», un tappo di sughero con alucce e aureola, e c'è uno «Spasserotto», otto passeri imbalsamati che vanno a spasso sulle strisce di un passaggio pedonale. I quadri e le sculture rappresentano sempre situazioni paradossali, viste come l'estrema, conseguente estensione delle esperienze tratte dalla vita di tutti i giorni. Ma al gusto ironico-dissacrante di Scaretti non sfuggono, del resto, gli antichi e i nuovi luoghi comuni della nostra cultura: le leggi della fisica, per esempio, o i ridondanti temi della retorica spaziale. «Light» (che può significare luce o leggero), una sfera luminosa posta sul piatto di una bilancia del 1906 che segna zero, fa il verso alla teoria della relatività einsteiniana. Nella «Decupolazione di San Pietro» («Free-dome» libera cupola, in inglese), la cupola vaticana parte a razzo verso il cielo, sotto lo sguardo attonito del Papa. Dicono che il quadro abbia fatto sorridere Giovanni Paolo II, al quale era stato descritto da un Monsignore polacco. Cominciò a lavorare dieci anni or sono. E ha pure trovato il tempo per elaborare una teoria: «Noi tutti», spiega, «ci vediamo soprattutto in funzione delle nostre conoscenze, nel campo della tecnica, della fisica, della chimica. 

il settimanale scaretti

E siamo troppo preoccupati di acquisire fatti consequenziali. Attraverso il gioco delle parole, possiamo riuscire a rompere questa preoccupazione...». Evidentemente i missili lo affascinano: da quelli (veri) della Nasa, a quelli (finti) di Mazinga e di Ufo Robot. Così, Scaretti ha deciso di mettere tutto in orbita, di «far volare tutto». A cominciare dai monumenti che ha sott'occhio: il Cupolone, come si è visto, ma anche la «guglia» di Piazza Navona, il Colosseo (un «Oggetto Flaviano Identificato») e il campanile di San Marco a Venezia* (in copertina nel numero 27 del Settimanale).Poco amante dei viaggi, Scaretti non sopporta neanche i vernissages delle mostre d'arte, e preferisce starsene nel suo appartamento romano che s'affaccia su Piazza Navona (un favoloso palazzo cinquecentesco: le fondamenta sprofondano tra i resti dell'antico Stadio di Domiziano, e al pianoterra si apre la rinomata enoteca-club di Vico Boccacci. Per dire: un posto Di-vino). «È un eccellente punto d'osservazione per studiare il mondo che si trasforma», dice. «Senz'altro uno dei migliori nell'Europa del Ventesimo Secolo...». Per Piazza Navona, Scaretti preparò a suo tempo un audace progetto di ristrutturazione, di cui parlarono i giornali: lo scopo era quello di «rendere la piazza più adatta alle manifestazioni popolari, sia organizzate, sia spontanee», con una diversa disposizione della platea centrale e dei marciapiedi. Le mostre, comunque necessarie, gliele organizza la moglie Susanna. Finora ne ha fatte quattro, a Roma e Londra, mentre una quinta, ancora negli States, saltò a qualche giorno dall'inaugurazione, perché la dogana americana, rozzamente insensibile ai Diritti dell'Arte, gli negò il permesso d'importare alcune sculture di cui facevano parte animali imbalsamati. Ma la vera mostra scarettiana è permanentemente allestita in casa sua, «sempre aperta a tutti gli amici». Ed è lo stesso Lorenzo, infaticabile, cortese, grand seigneur, ad accompagnare gli ospiti per le stanze, a spiegare con puntiglio (in tre lingue) i titoli delle opere e la relativa ispirazione semantica. «Per me invece i titoli non sono troppo importanti», avverte la moglie, che cura per lui le pubbliche relazioni. «Il fatto è che bisogna entrare nel suo mondo magico, comprendendo i significati senza bisogno d'altro. A un pubblico artisticamente preparato secondo me non occorre dire nulla». Preoccupato di curare tutto in ogni minimo particolare, Scaretti impiega moltissimo tempo nella ricerca degli oggetti necessari e dei professionisti che, meglio di lui, sono in grado di tradurre in pratica le sue idee: i pittori Routh e Lancellotti, gli esperti di tecnica fotografica Ghergo e Abbondi, e Migliorati per la consulenza tecnica. «Sono abbastanza bravo nel disegno architettonico», ammette, «ma non vedo perché devo mettermi a verniciare una tavola quando c'è qualcuno che lo sa fare meglio di me e in minor tempo». Si tratta comunque di un lavoro estenuante: quattro mesi per riuscire ad ottenere un teschio dalla facoltà di medicina dell'università di Roma; cinque mesi per convincere un artigiano di via de' Sediari a fare una sedia «impossibile» («Non riusciva a capire perché la volessi così», dice); due anni per una bilancia, dei primi del '900, che suo cognato è riuscito alla fine a trovare in un mercatino a Praga. Per la registrazione del segnale della pulsar della Nebulosa del Granchio, fatta dal radiotelescopio di Arecibo, e che gli serviva per una scultura «sonora», è ricorso alla nastroteca della Rai. Difficoltà a parte, Scaretti sta arrivando al successo anche sotto il profilo commerciale, tanto che la sua attività artistica sta per sostituire, come importanza, la sua occupazione principale, che è quella di amministrare i beni di famiglia (ma negli scorsi anni ha lavorato anche per l' Eni e per la Dupont). Di una scultura ha dovuto addirittura far eseguire più copie; si chiama «La chiarezza della visione a posieriori» (un occhio, incastrato in un fondoschiena nero, che guarda, attraverso un telescopio di ottone lucidissimo un orologio senza lancette), ed è stata acquistata da tre arabi. 

Maurizio Saglio

 

 

 

 

Peter Nichols, corrispondente a Roma per il Times di Londra, intervista Lorenzo Scaretti
Video pubblicato su YouTube con il titolo "Lorenzo and Peter Nichols" (35 min)
"...Ciao Lorenzo che emozioni hai riservato per noi oggi...?!

 

2006

stemma cambridge

Breve commento della Dott.ssa M E J Hughes

Il titolo di questo intrigante libro di Lorenzo Scaretti riassume il paradosso al centro della sua ricerca: la fonetica visiva, ovvero Visual Phonetics. C’è una sorta di sinestesia nella sua idea che la vista abbia qualità uditive e che i suoni producano immagini. E non mi sorprende che in quest’interazione tra i sensi abbia aggiunto anche un elemento tattile, con le sculture, e con numerosi dipinti dotati di qualità scultoree.

Nel libro asserisce che la gente è troppo spesso giudicata in base alle parole pronunciate e mai abbastanza dalle immagini prodotte dalla mente. Insomma, questo libro sembra tendere all’individuazione di un terreno comune tra il mondo del linguaggio e quello del pensiero.

La lista di citazioni in apertura offre un’altra dualità: da un lato l’idea di Wittgenstein che la filosofia possa salvarci dalle attrattive del linguaggio, dall’altra l’idea di Lorenzo, dove il linguaggio offre la possibilità di liberarci dalla razionalità.
Il linguaggio è allettante e seducente poiché ci da il permesso di godere anziché pensare o piuttosto ci permette di fuggire dalla prigione del pensiero? La risposta al quesito separa il filosofo dal mistico.

Il calembour visivo mi richiama alla mente l’opera di uno dei miei scrittori preferiti, Mervin Peake. Sono affascinata dai giochi di parole e dalla storia di questi in relazione alla realtà e alla verità.
I giochi di parole sono stati spesso visti come rivelatori di verità nascoste piuttosto che come costrutti, specialmente nel Medioevo e nel Rinascimento. A questo proposito l’esempio migliore è la falsa e impertinente etimologia del titolo del Vescovo di Ely (eliensis = di Ely) in una satira medievale sulle virtù di Norfolk:
si dice che eli significhi Elijah (un’abbreviazione comune nel Medioevo) mentre invece ensis significa spada, quindi eliensis vuol dire “la spada di Elijah”!
C’è un breve saggio di Felperin sui calembour rinascimentali con i sottotitoli: ‘lo scherzo fatto carne’ e ‘la carne fatta scherzo’, un gioco di parole in sé stesso - è il caso di dire - dove ‘il calembour’ riecheggia il Verbo di biblica memoria.

Sono davvero contenta di aver avuto l’occasione di leggere questo libro realizzato superbamente, che mi ha fatto pensare e mi ha colpito, un resoconto individuale e molto personale di qualcuno che deve aver riflettuto per molti anni su questi argomenti.